Il
buonumore,
invece, è come una musica di fondo, e anche se non
termina in un’esplosione di gioia, influisce
moltissimo sul nostro modo di pensare e di comportarci.
Secondo Isen il
buonumore ci rende migliori,
perché ci fa venir voglia
di aiutare gli altri; ci rende più
creativi perché ci incoraggia a cooperare e a
elaborare più soluzioni e di migliore qualità; ci
aiuta a decidere
meglio perché ci rende più flessibili nel
ragionare e più disposti a mettere in discussione i
nostri presupposti abituali; e infine ci rende più
coraggiosi verso le situazioni a rischio moderato.
Felici
si nasce?
Alcuni studiosi parlano della felicità come se fosse un
tratto del carattere, e molte ricerche condotte sui
gemelli cercano di confermare che la “predisposizione
alla felicità” non solo esiste, ma è ereditaria
all’80%.
Allora, felici si nasce? Non proprio. Prima di
tutto, la percentuale dell’80% è riferita a una
predisposizione stabile
piuttosto che agli stati episodici, tipici per esempio
della gioia. Averill cita un vecchio detto inglese:
“non giudicare felice nessuno, finché non è
morto”, e alla domanda altrettanto ingenua: è
più felice un estroverso o un introverso?
risponde che “poiché gli
individui hanno capacità diverse di agire in modi
caratteristici, non ha senso chiedersi se gli estroversi
sono più felici degli introversi, o grazie a quale
meccanismo. Probabilmente non esiste alcuna connessione
assoluta
tra le caratteristiche di una personalità e la felicità.”
Kennon
Sheldon ha condotto una ricerca su un gruppo di studenti
americani e coreani. L’intento dello studio era
verificare che cosa rendesse le persone più felici.
Forse la ricchezza o la popolarità? No: l’autonomia,
la competenza,
l’avere relazioni
e l’autostima
si sono piazzati in cima alle classifiche dei
bisogni psicologici. Le sensazioni collegate a queste
emozioni sono le più importanti per sentirsi felici, e la
loro assenza è sufficiente a sentirsi infelici. Con
qualche piccola differenza: per gli studenti coreani
‘avere relazioni’ è il primo bisogno, per quelli
americani in cima alla lista svetta l’autostima.