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Benessere


Darsi da fare per essere felici

In senso oggettivo, Averill e More considerano la felicità come lo stato emotivo che proviamo quando siamo impegnati in un’attività significativa, e la stiamo svolgendo al meglio. Ma quanto è realistica questa performance ottimale? “la vita è un compromesso – scrivono i due studiosi - il funzionamento ottimale è un ideale teorico quasi mai realizzabile, e anche se lo fosse, ottimizzare una funzione significherebbe sempre sacrificarne un’altra.

Neppure in teoria la felicità può mai essere completa, e dopo qualche attimo fugace l’equilibrio dev’essere ristabilito. E forse è meglio che sia così.”

Nell’ultimo libro di Christophe André (Vivre hereux, 2003), il famoso psicologo scrive che “il piacere, o la gioia, o la felicità, comunque lo si voglia chiamare, non è da prendere, ma da fare. E per “fare” la felicità, bisogna accogliere, o meglio coltivare, tutto ciò che a essa ci avvicina. E anche riflettere un po’ al di là delle nostre esperienze immediate…”. Così, riflettendo sulla felicità e su come afferrarla, l’autore fa una distinzione importante: “troviamo da una parte le felicità che ci sono offerte dalla vita (situazioni ed emozioni), e dall’altra quelle che cerchiamo di costruire e di permetterci (costruzione e visione). Le prime ci danno l’occasione di provare della felicità, ed è già molto. Ma le seconde ci aiutano ad accedere a una vita un po’ più felice di quella che ci avrebbe consentito l’azzardo della vita o degli eventi del passato, e questo ovviamente è ancora meglio”.

L’alchimia della felicità è fragile, scrive André, che prova a ridurla a una piccola serie di passi fondamentali: “riassumiamo: [quando mi sento felice] io provo, io prendo coscienza, io non desidero più nient’altro, e nello stesso tempo mi rendo conto che finirà… questa sequenza è fragilissima: posso non essere pronto ad accogliere il benessere; posso non avere la forza, la voglia o la capacità di trarne il meglio. Ma capire la gracilità di questa alchimia può anche incitarci ad assaporare ancora di più la fragilità, proprio perché non durerà, oppure a tormentarci, proprio perché non durerà…”. Insomma, come sempre molto dipende dal nostro atteggiamento: “certo esistono felicità brevi e fuggevoli. Certo la felicità non è continua, ma intermittente. Ma ogni felicità contiene la speranza (il desiderio che non smetta mai), l’illusione (si pensa che sarà eterna), o la promessa (si pensa che sarà abbastanza forte da resistere al tempo) della sua stessa durata. La felicità e la gioia, spesso associate, non sempre sono necessarie l’una all’altra: esistono gioie malsane, molto lontane dalla serenità della felicità, come quella della vendetta (quella che in tedesco si chiama Schadenfreude, la gioia di vedere il proprio nemico a terra). Esistono anche felicità calme, talvolta molto distanti dall’eccitazione inerente alla gioia: parlare della vita con un amico, nella dolcezza di una notte d’estate. E d’altronde, la felicità tende di per se stessa alla calma e alla pace. Si salta di gioia, non di felicità”.

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