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Un grande futuro dietro le spalle?
della d.ssa Silvia Antares Rivelli

Stiamo assistendo a un incremento della longevità documentato dai dati statistici: se nelle società primitive la vita media non superava i trent’anni, attualmente la sua durata si aggira, nei paesi sviluppati, sui 75 anni, e le proiezioni indicano che supererà gli 80 anni nel prossimo ventennio. Da sempre si osserva nei confronti degli anziani un duplice atteggiamento che vede da un lato rifiuto/umiliazione e dall’altro rispetto/venerazione. Diversa è stata quindi la considerazione della vecchiaia nelle varie culture  e si può affermare che la condizione dell’anziano dipenda soprattutto dal contesto sociale di appartenenza.

Nella nostra società incentrata sulla produttività, sull’efficienza, sulla competitività, sull’immagine, e dominata da valori consumistici, si impone all’anziano di restare in forma, di comprimere le inquietudini e di rimanere un buon consumatore. La contraddizione esistente tra i valori dominanti e la realtà soggettiva ed oggettiva degli anziani è un presupposto per coltivare una visione superficiale dell’invecchiamento.

Chi non comprende lo spirito della propria età ne sperimenta solo gli svantaggi” (Baltes). La vecchiaia pone infatti l’uomo di fronte al problema dei limiti imposti dal declino fisico, dell’aumento della vulnerabilità e della fragilità, delle perdite, compresa quella dell’autosufficienza. La disperazione è un’emozione connessa alle perdite (affettive, fisiche, economiche, sociali) che in questa fase della vita sono spesso senza speranza di risoluzione. Possono perciò riattivarsi antichi disfunzionamenti che prima avevano trovato un loro equilibrio (Pezzati).

Il compito evolutivo posto dalla vecchiaia consiste nel raggiungere l’equilibrio tra disperazione ed accettazione (Erikson), costruendo la flessibilità psichica necessaria ad accettare le perdite e rivolgere le nostre motivazioni ad altri oggetti. Per mantenersi vivo, chi invecchia non deve rifugiarsi nel passato, ma nel futuro. Le perdite e le nuove limitazioni imposte dall’invecchiamento possono aprire la strada a nuove forme di abilità e di sviluppo.

La psiche e la cultura hanno la caratteristica di generare nuove opportunità a partire da nuovi vincoli: la conoscenza e l’esperienza sono una formidabile risorsa per la mente e possono compensare le perdite di efficienza cognitiva e motoria. Rita Levi Montalcini ha dichiarato di aver fatto alcune delle sue più importanti scoperte dopo aver ricevuto il premio Nobel, superati i 70 anni. Picasso rimase fino all’età di 91 anni un uomo pieno di vigore e di gusto per la vita, lavorando alle sue tele per tutto il giorno e talvolta anche di notte ad un ritmo e con un entusiasmo col quale non potevano competere i suoi giovani allievi. Michelangelo, che visse fino a 89 anni lavorando anch’egli fino alla morte, angustiato da numerosi acciacchi fisici e provato da una profonda depressione, trascorse invece una vecchiaia tormentosa, caratterizzata da pessimistica introspezione e dall’autoisolamento.

Woody Allen, al compimento dei settant’anni dichiara:”La vecchiaia non regala saggezza, ma sordità” in sintonia con quanto affermato in precedenza: “Non voglio raggiungere l’immortalità con le mie opere. Voglio raggiungerla non morendo”. Mentre Alain Delon, anch’egli settantenne rilascia quest’intervista: “Non lascerò a Dio la scelta del giorno della mia morte…è il tempo che passa, la stanchezza, gli amici scomparsi, la vecchiaia che avanza, la famiglia polverizzata”. Essendo l’invecchiamento un fenomeno eterogeneo dovremmo evitare di considerare gli anziani come una categoria compatta, addentrandoci invece nei meandri della soggettività al fine di ottimizzare la comprensione del percorso esistenziale di ogni individuo.

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